Tratto dalla “Strenna Trentina” del 2001

Da ben sei generazioni I fabbri Teodòri di Ziano

“Nel nome di Dio, l’anno di Nostro Signor 1821, adì 2 xmbre, ò comprato a Cavalese questo libro, e mi costa Carantani 30 e 1/2 dico trenta e mezo, per Registro de le spese per mantenimento del Aquadòr ed aqua che va a cader suli edifici: primo il Cambréto delli eredi del fu Martin Pollo, 2.do sul molino di Pietro Pollo, 3.zo sula fucina delli fratelli Zorzi, 4.to in quella delli fratelli Gio, Batta e Francesco Pollo (Bastiani), 5.to sul molino di Giacomo Zorzi, 6.to sul fòl di Gio, Batta foladòr. – Zorzi Antonio fabbro di Ziano delano 1821 -. Quindi: una fabbrica di polvere da sparo, due mulini, due fucine, un fòl (gualchiera). Seguono 12 capitoli per la regolamentazione dell’ erogazione dell’ acqua per i movimenti, e in base a utenza e consumo, il conto delle spese per i canali. Il regolamento è firmato da ognuno dei sei titolari, che oltre al nome dice: “afermo li 12 capitoli dentro scriti”. Ma veniamo ai fabbri detti Teodòri, (dal nome di Teodora, moglie di Antonio nata nel 1799), detti in un secondo tempo Tomasàti, (da Tomaso figlio di Antonio), fabbri da ben sei generazioni e cioè: Antonio nato nel 1797, Tomaso nel 1836, Antonio nel 1875, Silvio (vivente) nel 1913, Lucio nel 1952, Jader nel 1976, quindi sulla breccia da quasi 200 anni. Quante fatiche, quanto lavoro per tener sgombri dagli invasi di ghiaia e sabbia i canali di presa e condotta delle acque dall’ Avisio alle fucine (duecento metri), lavoro eseguito normalmente una volta all’ anno salvo le “brentane” (alluvioni). Eccezionali quelle del 1821-1823-1829-1839-1852-1868-1882-1885-1889-1906-1928, per citare le più disastrose, le quali asportavano completamente tutto. Per rifare le opere, con pali di larice, tavoloni, caricati di grossi sassi, erano necessarie delle settimane. Era vietato nel greto dell’ Avisio qualsiasi manufatto in cemento o ferro. Altri disagi erano provocati dai gran freddi, col ghiaccio che bloccava le enormi ruote a pale, generatrice del movimento dei magli e macine, e allora veglie notturne, paioloni di acqua bollente da versarvi sopra al momento giusto. Il martello batte da quasi due secoli sulla grande incudine marcata “Lipsia” già fornita da Vienna, da dove giungevano anche piccoli attrezzi come punte di trapano, lime, tasselli e maschi per creare il filetto a passo Witworth, che un “commesso” forniva una volta all’ anno. Interessante e singolare all’udito era il battito dei magli; grave e cupo quello dei Teodòri, più snello quello della qualchiera del Gio Batta follador, tutti e tre posti nell’ arco di settanta metri. Palpiti di vita. Difficoltosa per i fabbri la fornitura del ferro da lavoro proveniente da Bolzano quando non esisteva la strada Egna-Fiemme (fino al 1850, circa). I fabbri di Ziano, verso il 1870 ebbero dall’ Impero Austriaco una importante commessa: la fornitura di alcune migliaia di picconi, badili, leve, da consegnare alla stazione ferroviaria di Egna, destinazione Ungheria, Romania, all’est dell’impero, per la costruzione di ferrovie, arginature, ponti sui fiumi. Mai più un lavoro simile! (fra il resto veniva pagato in oro). Il mulino di Giacomo Zorzi, fino al 1918, frantumava anche il sale minerale proveniente dalla cava di Hall (Innsbruck), (durata del viaggio con cavalli 14 giorni, con buoi 18 giorni). Ma il lavoro primario dei fabbri era costruire alla forgia e riparare gli attrezzi da lavoro di boscaioli, muratori, scalpellini, minatori, carrettieri, segantini, buona parte degli arnesi del contadino ecc., lavoro doppiamente meritorio per il fatto di dover costruirsi le attrezzature prima di fare i manufatti necessari. Ricordiamo negli anni ’30, soltanto le 5 dozzine di tenaglie da forgia e labbratura sagomata singolarmente, appese sulla cappa del posto fuoco. Lavoro delicato e impegnativo era il dare la giusta “tempera” agli attrezzi da taglio e da punta. Altro lavoro serio era quello di prepararsi il carbone di legna nelle “pòie”, (carbonaie) il quale richiedeva lunghe veglie, acciò che i pezzi di legno di ontano e di rami d’abete non si riducessero in cenere . Silvio Zorzi si distinse per la creazione della macchina portatile per preparare il filo alla falce fienaia (brevetto N° 348071 del 1936, ceduto poi all’officina Fossinger di Bolzano), come pure per aver costruito centinaia e centinaia di aratri, il cui vomere era ottenuto con l’acciaio degli scudi del fuciliere appostato nelle trincee di alta quota del Lagorai nel 1915-18 (dimensioni cm 60 x 50, spessore cm 8), recuperate lassù, con immane fatiche, aratri che in gran parte erano portati alle fiere di San Marco e San Martino nella bassa Atesina. La nuova officina razionale ed elettrizzata, costruita nel 1964 in sinistra Avisio, coll’ alluvione del 1966 (4 e 5 novembre), subì un’ ultima seria batosta perché fu invasa completamente da melma, sassi e terriccio portati dallo straripamento del rivo Gazolìn. Subito ripulita dai titolari e da numerosi volontari, continua tuttora il lavoro con Lucio e Jader. La fucina dei fabbri Teodòri- Tomasati, fu più volte premiata con medaglia d’oro, per la serietà e fedeltà al lavoro, e per singolare esempio artigianale.

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